A Napoli è tutta colpa dei rom

Home / News / A Napoli è tutta colpa dei rom

È passato ormai più di un mese da quando i 58 rom (anche se chiamarli rom per loro è errato, dato che nella loro lingua rom vuol dire semplicemente “signore”), provenienti dal campo di via Cupa Perillo, sono stati ospitati all’interno dell’auditorium comunale “Fabrizio De Andrè” in viale della Resistenza, a Scampia. L’emergenza è nata a fine agosto, quando un incendio di matrice ancora sconosciuta ha distrutto diverse baracche e costretto alcuni degli abitanti ad essere collocati temporaneamente nella struttura comunale. Tuttavia per i rom non è previsto il ritorno al campo, che è stato dichiarato inabitabile sia dall’Asl che dall’Arpac, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Campania: il Comune di Napoli ha infatti iniziato ad allestire una tendopoli nella vicina ex caserma Boscariello, a Miano, dove i 58 dell’Auditorium dovrebbero essere raggiunti dagli altri 250 occupanti del campo che, non essendo stati toccati direttamente dall’incendio, nel frattempo sono rimasti a vivere lì. Anche questa sistemazione sarà provvisoria: i rom infatti rimarranno nella tendopoli solo per tre mesi, per poi essere collocati in un’altra struttura.

La nostra Cooperativa, L’Uomo e Il Legno, è stata scelta dal Comune di Napoli per gestire la permanenza dei 58 rom nell’auditorium: diversi operatori e mediatori culturali provvedono quotidianamente a rendere questo “soggiorno” il più confortante possibile, provvedendo ai pasti, al vestiario e ai bisogni primari di uomini, donne e bambini che hanno perso tutto ciò che avevano a causa dell’incendio e che attendono con ansia sempre più malcelata quale sarà il loro destino: il trasferimento nella caserma Boscariello, previsto per la fine di settembre, è slittato a data da definirsi, anche se le ultime voci ufficiali, che comprendono quelle dell’assessore alle Politiche Sociali del Comune di Napoli Roberta Gaeta, danno come limite massimo il 12 ottobre.

La presenza dei rom nell’Auditorium e soprattutto il previsto spostamento nella ex caserma Boscariello hanno improvvisamente risvegliato l’animo civico di molti cittadini di Miano, che sono scesi in strada a protestare. Diverse le motivazioni secondo i partecipanti: c’è chi non li vuole nella caserma perché impedirebbero la costruzione di questa fantomatica “Cittadella dello Sport” che dovrebbe sorgere appunto negli spazi della Boscariello; c’è chi non li vuole perché sistemare più di trecento persone in un solo luogo vuol dire ghettizzare; c’è chi non li vuole semplicemente perché si tratta di rom, di zingari. Ma la protesta dei cittadini di Miano ha un sapore amaro, un sapore di guerra tra poveri. Al di là del timore, giustificato, di un prolungamento oltre i tre mesi previsti della presenza dei rom nella ex caserma, questa mobilitazione ha probabilmente radici molto più profonde, radicate grazie a decenni di problematiche ormai note a tutti. I quartieri di Miano e di Scampia, e in generale tutta l’area nord di Napoli, soffrono di un abbandono periferico sempre più asfissiante. Una zona vasta e soprattutto complessa, caratterizzata da numerose forme di disagio e marginalità sociale, oltre che dal diffuso degrado ambientale causato da interessi malavitosi e decenni di mala gestione.

E i rom non sono certo la causa di tutto questo. Che colpa possono mai avere bambini come Sabrina, Gabriela, Francesco, Sanela o Duzepe, che ogni giorno da più di un mese sono costretti ad inventarsi modi per giocare e passare il tempo? Che colpa possono mai avere i bambini che devono guardare i loro genitori diventare sempre più nervosi e preoccupati, trattenuti in un limbo che al momento non sembra avere uscita? È forse colpa di Samanta, che da poco ha compiuto un anno, se la Cittadella dello Sport è un progetto che per il momento resta solo nelle belle intenzioni della politica? È forse colpa di Brandon, un neonato, se il degrado delle nostre periferie aumenta ogni giorno?

E certo non è colpa di Robert, 29 anni, che passa la maggior parte del suo tempo a cercare di mantenere pulita l’entrata dell’Auditorium e la zona antistante, tanto da far esclamare ad alcuni cittadini di Scampia che quei metri quadri non erano mai stati così puliti da anni. Gestire un’emergenza di questo tipo, con una sessantina di persone, tra cui anziani e bambini, stipate tra brandine e teloni, non è facile. Se solo si vuole rimanere nel tema “pulizie”, alzi la mano chi crede che mantenere una struttura pulita e sistemata con queste premesse sia facile. Eppure pian piano i rom ci stanno riuscendo. E la dimostrazione si può avere leggendo le parole di Apostolos Paipais, presidente dell’VIII Municipalità, rilasciate durante un convegno scientifico/sportivo tenutosi venerdì scorso, 29 settembre, proprio nell’Auditorium, mentre i 58 rom erano momentaneamente ospiti in un’altra struttura:” L’Auditorium è in ottime condizioni – ha dichiarato il Presidente – la struttura è perfettamente agibile e nessuno degli organizzatori ha riscontrato problemi. Per questo voglio ringraziare l’ottima interazione tra Comune di Napoli e la Cooperativa L’Uomo e il Legno che ha permesso questo incontro anche se l’auditorium era stato assegnato per l’emergenza rom”.

 

Robert alle prese con le pulizie dell’Auditorium

 

Per quanto ci facciano piacere le parole del presidente Paipais, il vero ringraziamento va proprio a loro, i rom, che in una situazione così critica cercano di autogestirsi nella maniera più dignitosa possibile.

Certo i rom o, come preferiscono essere chiamati loro, gli zingari, non sono tutti Robert, non sono tutti bambini e sicuramente non sono tutti santi. Le generalizzazioni sono negative anche quando vittimizzano un popolo o una cultura. Tutti noi conosciamo i luoghi comuni, le leggende metropolitane, i giudizi che da sempre abbiamo ascoltato riguardo loro. Nel profondo, per quanto di vedute aperte, abbiamo inculcato in noi il timore. Viene in mente una frase che si sente tutti i giorni, in famiglia, a lavoro, per le strade. Questa frase recita più o meno così: “Io non sono razzista, non voglio chiudere le frontiere, non mi interessa il colore della pelle e da dove vieni: ma i rom no, mi dispiace, non ce la faccio, se ne devono andare”. Andare è il verbo più umano che si utilizza, di solito.

I rom che rubano, i rom che chiedono l’elemosina, i rom che puzzano, i rom che non vogliono lavorare, i rom che rapiscono i bambini, i rom che vivono nei campi e nel degrado.

Ed è vero: i rom che rubano, chiedono l’elemosina, puzzano, non vogliono lavorare, questi rom esistono, non è un luogo comune. Ma esistono anche gli italiani, che rubano, che chiedono l’elemosina, che puzzano, italiani che non vogliono lavorare o che, come minimo, fanno finta di farlo. E l’equazione dovrebbe essere semplice: così come esistono italiani con un’etica, dei valori, il bagnoschiuma, così esistono rom che lavorano, che si distanziano da questi stereotipi così comodi per i nostri occhi pigri. I rom sono un popolo, un popolo composto da persone diverse tra loro, con valori diversi, abitudini diverse, caratteri diversi.

Ma sono distanti da noi, dalla nostra cultura, dalle nostre abitudini. E non è una differenza come può esserla tra noi e un finlandese, un tedesco e un americano, un indiano e un giapponese: culture e popoli diversi, ma con delle basi che in fin dei conti riconosci sempre, nell’altro. Per i rom non è così: possono lavorare come lavoriamo noi, possono mangiare come mangiamo noi, possono avere cura della casa e della famiglia come noi, ma non sono come noi. E per quanto istintivamente questa frase possa sembrare forte, è la verità: i rom non sono come noi. E non c’è niente di male, in tutto questo. Certo è difficile abbandonare il manto di diffidenza che ti crea “l’altro”, è difficile spogliarsi di quelle convinzioni che sono cresciute con te. Non è impossibile, però: e la soluzione più banale è quella di conviverci, passarci del tempo, parlarci.

E ogni giorno scopri cose stranissime, su questi rom. Lì, al Centro Provvisorio di Accoglienza dell’Auditorium di Scampia, le giornate iniziano con qualcosa di mai visto: la colazione. E ancora più incredibile è quello che mangiano, per colazione: caffè, latte e cornetti. Intanto passa il tempo, e accade qualcosa di veramente imprevedibile: i rom fanno le pulizie. Sistemano i loro letti provvisori, lavano a terra, puliscono i bagni, stendono i panni approfittando del sole del piccolo cortile.

Poi ci sono questi bambini strani, bambini che fanno i capricci, urlano, giocano. Roba da allibirsi. Alcuni di loro profumano di bagnoschiuma, altri sono scalzi, altri ancora si rincorrono e, cosa ancora più assurda, nessuno di loro sembra un bambino italiano appena rapito.

Tutti insieme a pranzo, tutti insieme il pomeriggio, tutti insieme fino al giorno successivo, quando tutto incomincia di nuovo senza cambiare mai. In attesa dell’ennesimo spostamento, dell’ennesima protesta di cittadini che non hanno protestato mai.

Si discute di politica, di amministrazione, di città. Si discute di dove saranno sistemati, per quanto. Ci sono idee diverse, anche proposte: molti rom vorrebbero dei veri appartamenti, di quelli popolari concessi dai comuni alle persone svantaggiate. Negli anni del “prima gli italiani”, suona come una richiesta assurda: tu, rom, che non sei di questo paese, vorresti anche una casa con affitto agevolato? Tu sei pazzo, rom. Ma non sei pazzo perché sei rom, sei pazzo perché qua le case comunali pare non esistano, e se ci sono, spesso sono abitate da famiglie tutt’altro che indigenti.

Sei pazzo, rom, perché, putacaso riuscissi a superare il muro di diffidenza e di disprezzo che ti circonda, dovresti superare anche il muro che in questo paese si erge davanti alle persone disagiate, alle persone povere. Ed è forse questo lo scoglio principale da superare quando abbiamo di fronte un rom: spesso sembrano poveri, hanno l’aspetto dei poveri, e questo crea in noi una sorta di riflesso incondizionato, come se vedere loro in determinate condizioni fosse una minaccia, come se a indossare vestiti cenciosi, di seconda mano, fossimo noi. La realtà, spesso, è semplice: avere davanti ai propri occhi un altro essere umano in difficoltà comporta una proiezione particolare, una condizione di disagio da cui fuggiamo, perché ci immaginiamo lì, in un campo, tra caos e sporcizia, senza quelle belle superfici lisce e pulite, senza quei comfort che ci hanno viziato, quei comfort che se non possiedi, non sei umano, sei altro.

 

 

Articolo e foto di Giancarlo Bottone

Related Posts